“Deglutizione atipica” è l’etichetta che tutti usano. Compare nelle relazioni, nelle richieste di consulenza, nei referti. Tuttavia è un termine che descrive in modo impreciso ciò che accade, con una conseguenza pratica: un’etichetta imprecisa produce criteri altrettanto imprecisi per decidere se e quando trattare.
Questo articolo non parla di come si tratta una deglutizione scorretta. Parla di come si classifica, che è il passaggio da cui dipende tutto il resto.
1. Viscerale e somatica: cosa cambia davvero
La deglutizione non è una funzione stabile: cambia. Il bambino nasce con una deglutizione viscerale — lingua bassa, coerente con l’allattamento — e la sostituisce progressivamente con la deglutizione somatica adulta, in cui la punta della lingua si appoggia alla papilla retroincisiva.
Il punto diagnostico è il momento in cui questa transizione dovrebbe essere avvenuta: il riferimento è la permuta degli incisivi. Una deglutizione viscerale che persiste oltre quel confine non è una variante individuale — è una funzione che non ha completato il proprio sviluppo.
Il Prof. Luca Levrini, direttore della specialità di ortognatodonzia all’Università dell’Insubria (Varese) e membro del board scientifico Primalux, su questo è netto: si tratta di una deglutizione disfunzionale, “erroneamente definita atipica”.
La differenza non è accademica. “Atipica” indica semplicemente una modalità diversa da quella osservata più frequentemente e non dice nulla su come agire. “Disfunzionale” indica invece un deficit funzionale — e un deficit funzionale si rieduca, con criteri, tempi e responsabilità definite.
2. Disfunzione o abitudine? La distinzione che decide la terapia
Il termine ombrello “abitudini viziate” raccoglie sotto un’unica etichetta fenomeni di natura diversa. La separazione utile è tra due categorie:
“Un conto è cambiare un comportamento, un conto è correggere una funzione.”
I due aspetti non si trattano allo stesso modo. Un comportamento si modifica con un approccio comportamentale: si tolgono i blocchi, si lavora sulla motivazione, si coinvolge il genitore. Una funzione no: richiede terapia miofunzionale, cioè un lavoro sul pattern neuromuscolare.
La deglutizione disfunzionale rientra tra le disfunzioni orali. Trattarla come un’abitudine — accanto al succhietto o all’onicofagia — significa impostare un approccio comportamentale su un quadro che richiede invece la rieducazione di una funzione: l’errore nasce nell’inquadramento, prima ancora di iniziare a trattare.
3. Quando diventa una necessità di cura
Più di una diagnosi binaria, serve una scala. Prima di impostare il piano terapeutico, il caso va collocato in una di quattro categorie a necessità decrescente:
La risposta alla domanda “quando la deglutizione disfunzionale diventa patologica?” è: non lo diventa.
4. La diagnosi è complessa, e il dubbio è già un’indicazione
Riconoscere una deglutizione disfunzionale non è un’osservazione da poltrona. La spinta linguale anteriore è visibile nei casi conclamati, ma il pattern deglutitorio si valuta su più atti, in condizioni diverse, con un occhio addestrato.
Ne discende un criterio operativo: quando la valutazione lascia un dubbio, il paziente va inviato al logopedista, che questo tipo di esame lo esegue quotidianamente. Il dubbio, in altre parole, non è un motivo per rimandare al controllo successivo: è già di per sé un’indicazione.
La divisione dei compiti è:
5. Dove si colloca il dispositivo
Il dispositivo orale preformato agisce su due livelli: sia sulla componente disfunzionale sia sull’abitudine appresa. È questo doppio meccanismo d’azione a renderlo efficace nella maggior parte dei quadri clinici, dove le due componenti coesistono.
Ma agire su due livelli non significa sostituirli entrambi. Il dispositivo mette il sistema in condizione di lavorare; il pattern lo si corregge con gli esercizi.
Sul piano degli strumenti, i dispositivi da esercizio della linea MyoTALEA e i MyOSA for Kids KS1/KS2 condividono una caratteristica che li rende adatti ad affiancare il lavoro sulla funzione: agiscono sulla muscolatura e sulla respirazione. Sono dispositivi dedicati per la terapia logopedica.
Torna così il punto da cui l’articolo è partito: la scelta del dispositivo e del percorso viene dopo, e regge solo se l’inquadramento è corretto. È il lessico con cui si nomina il quadro a decidere la diagnosi, e la diagnosi a decidere chi interviene e come. Sbagliare la parola, qui, non è una questione di stile: è il primo anello di una catena di decisioni.
6. Le domande che vale la pena farsi
Nelle ultime dieci relazioni in cui è comparsa la parola “atipica”, quante volte era stato verificato dove si appoggia la punta della lingua durante l’atto deglutitorio?
Quante deglutizioni disfunzionali sono state collocate nella categoria sbagliata — trattate come un’abitudine da correggere, o presentate come una patologia da curare?
E quante volte, davanti a un dubbio diagnostico, si è scelto di aspettare il controllo successivo invece di inviare al logopedista?
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