Il percorso del paziente che digrigna è quasi sempre lo stesso. Arriva con usura visibile, o con dolore ai muscoli masseteri al risveglio, o perché il partner non dorme. Si prende un’impronta, si consegna un bite. Il bite funziona: i denti smettono di consumarsi.

E poi? In molti casi non succede nient’altro. Il paziente porta il bite per anni. La muscolatura resta ipertonica. Il dolore va e viene. Il dispositivo si usura e si rifà.

Non è un cattivo esito — è un esito parziale: abbiamo contenuto i danni sulla struttura, senza mai chiederci qual è la vera causa del fenomeno.

Questo articolo non parla di sostituire il bite. Parla di cosa l’approccio miofunzionale e i dispositivi MRC possono aggiungere alla gestione di un caso di bruxismo e dei disturbi ATM che spesso lo accompagnano: la componente respiratoria e quella muscolare, cioè i due elementi su cui una superficie di protezione, per come è concepita, non lavora.

1. Due fenomeni diversi sotto la stessa parola

Il termine “bruxismo” appiattisce una distinzione clinica che conta. Il Prof. Luca Levrini — direttore della specialità di ortognatodonzia all’Università dell’Insubria (Varese) e membro del board scientifico Primalux — separa:

Bruxismo dinamico: il digrignamento vero e proprio, legato alla fase non-REM del sonno. Molto frequente nel bambino.
Bruxismo statico: il serramento. Nessun movimento, carico sostenuto, muscolatura in contrazione.

Non sono varianti dello stesso quadro e non condividono il meccanismo. Il primo è un evento del sonno. Il secondo è spesso un’iperattività muscolare che accompagna anche la veglia.

Da qui viene anche il criterio più utile per decidere se intervenire, formulato per la dentizione decidua ma con una logica che non cambia:

“Se le superfici occlusali sono perfette, lo faccia digrignare quanto vuole.”

Se non c’è usura da attrito, non c’è erosione e lo smalto è integro, non c’è danno da fermare. Se invece l’usura c’è, il messaggio è opposto: fermarsi e cercare la causa. E qui una diagnosi differenziale che spesso non si fa: l’erosione può non essere da bruxismo ma da reflusso. Trattare un reflusso con un bite non è un trattamento incompleto, è un errore diagnostico.

2. Il bite protegge

Il bite rigido fa il suo lavoro: interpone una superficie tra le arcate, redistribuisce i carichi, protegge lo smalto. Nella maggior parte dei casi è la cosa giusta da fare, e va fatta.

Il punto non è se il bite serva. Il punto è che è una misura di protezione, e come tutte le misure di protezione funziona finché è in bocca, senza modificare ciò che l’ha resa necessaria.

Nella gamma MRC questa funzione è presidiata dalla linea MyOSA for Teeth Grinders (dai 15 anni), in due varianti: TG, morbido, e TGH, a doppio strato. Entrambi sono pensati per l’uso notturno e sono personalizzabili in acqua bollente. Il TG, per la sua morbidezza, si adatta ad ogni arcata e può essere indossato anche di giorno nei casi di bruxismo cronico.

Ma la protezione è il primo capitolo, non l’ultimo.

3. Come respira, di notte, questo paziente?

Quando si elencano i segni notturni che devono far sospettare un disturbo respiratorio del sonno, il bruxismo dinamico compare nell’elenco — insieme a russamento, pause respiratorie, sudorazione, enuresi, pavor notturni, posizioni anomale nel sonno, choking.

Questo non significa che il bruxismo sia causato dall’ostruzione della via aerea: significa che i due fenomeni si presentano insieme abbastanza spesso da rendere ragionevole la domanda.

Si tratta di una domanda rapida ma non trascurabile: una risposta positiva orienta verso un approfondimento diagnostico, una risposta negativa permette di escludere questa componente.

4. L’iperattività muscolare

Accanto alla via aerea c’è il secondo tema, che è muscolare.

Il bruxista, e ancora di più il serratore, ha una muscolatura masticatoria che lavora in eccesso, spesso ipertonica alla palpazione, spesso dolente, spesso con un’escursione limitata. Il bite non la rilassa: le dà una superficie su cui scaricare.

Nella gamma MRC due dispositivi entrano in questo spazio:

MyOSA for TMJ: terapia notturna, orientata alla decompressione dell’ATM e a favorire la correzione della respirazione orale.
MyOSA for TMD, nelle versioni da 4 e 6 mm: ausiliario nei disturbi ATM più avanzati. Terapia diurna, profilo sottile, termomodellabile.

La differenza tra i due non è di efficacia ma di finestra temporale: il TMJ agisce durante il sonno, il TMD durante la veglia. Digrignamento notturno e serramento diurno sono fenomeni distinti e si collocano in momenti diversi della giornata, e ciascuno richiede un dispositivo indossato nel momento in cui il fenomeno si manifesta.

Per esplorare la gamma dei dispositivi e saperne di più visita anche la pagina dedicata a odontoiatri e pedodontisti.

5. Cosa aggiunge, e quando serve altro

Un dispositivo miofunzionale lavora sulla componente muscolare e funzionale: contribuisce ad alleviare alcuni sintomi e ad agire su ciò che una superficie di protezione, per come è concepita, non considera. Non è una terapia gnatologica, e nei quadri articolari strutturati la valutazione dello gnatologo resta un passaggio fondamentale del piano di cura. La collaborazione, dove serve, è parte del percorso.

C’è poi un punto che va tenuto fermo: se il quadro fa sospettare apnee notturne, il percorso deve rimandare alla polisonnografia. E MyOSA non sostituisce la CPAP.

Resta ciò che l’approccio aggiunge: due componenti — respirazione e muscolatura — che oggi, nella gestione ordinaria del bruxista adulto, quasi nessuno guarda.

6. Cosa cambia nella pratica

Poco. Ma il poco è la parte che oggi manca.

Al paziente adulto che arriva con usura o dolore articolare, oltre all’esame occlusale — discrepanza tra occlusione e relazione centrica, precontatti, latero-deviazione mandibolare, manovra di Dawson — si aggiungono due valutazioni che richiedono minuti, non sedute:

1. Come respira. Di giorno e, per quanto ricostruibile dall’anamnesi e dal racconto del partner, di notte.
2. Come sono i tessuti molli. Postura linguale a riposo, competenza labiale, tono dei muscoli facciali.

Se entrambe sono nella norma, il bite resta la risposta e il ragionamento finisce lì. Se non lo sono, il bite resta la risposta per la protezione — ma non è più l’unica cosa da fare, e il paziente merita di saperlo.

La differenza tra i due scenari non è il dispositivo. È se qualcuno ha approfondito.

7. Le domande che vale la pena farsi

Dei pazienti che portano un bite da anni, quanti hanno ancora la muscolatura ipertonica alla palpazione — e quante volte è stata ricontrollata dopo la consegna?

Quanti di loro serrano di giorno, e stanno usando un dispositivo che indossano solo di notte?

E quanti, tra quelli che digrignano, sono mai stati interrogati su come respirano mentre dormono?

Cosa può aggiungere il miofunzionale nella gestione del caso

Se queste domande restano senza risposta, il punto di partenza è capire come si inserisce un approccio miofunzionale nel percorso del paziente adulto. Richiedi una consulenza gratuita, in formato di gruppo o individuale, con uno specialista di prodotto.

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Domande Frequenti

Come si curano i disturbi dell'ATM?

Non esiste una risposta unica. La gestione parte dalla valutazione occlusale — discrepanza occlusione/relazione centrica, precontatti, deviazioni mandibolari — e dall'inquadramento del quadro muscolare. I dispositivi miofunzionali possono contribuire ad alleviare alcuni sintomi e lavorare sulla componente muscolare; nei quadri articolari strutturati la valutazione dello gnatologo resta parte del piano di cura.

Quale dispositivo scegliere per il bruxismo?

La scelta si fa sul quadro. Nella linea MyOSA for Teeth Grinders il TG è morbido, si adatta a ogni dimensione orale e può essere indossato anche di giorno nei casi di bruxismo cronico; il TGH è a doppio strato. Entrambi sono pensati per l'uso notturno e personalizzabili in acqua bollente. La domanda successiva, che vale la pena porsi, è se accanto alla protezione ci sia una causa da indagare — a partire da come il paziente respira di notte.