Ogni movimento ortodontico ha un prezzo nascosto, e si chiama reazione. Quando si applica una forza per spostare un dente, gli elementi usati come appoggio ne ricevono una in senso opposto — e quegli elementi, se sono altri denti, si muovono anche loro. Il controllo di ciò che non deve muoversi è difficile quanto il movimento che si vuole ottenere.
Per decenni la risposta è stata gestire il compromesso — accettare una certa perdita di ancoraggio, o ricorrere a trazioni extraorali e collaborazione del paziente. L’ancoraggio scheletrico ha cambiato i termini del problema: un punto fisso nell’osso, indipendente dai denti.
1. Il limite dell’ancoraggio tradizionale
Nell’ortodonzia classica l’ancoraggio si costruisce sui denti stessi: si raggruppano più elementi per opporsi al movimento di altri, si aggiungono archi transpalatali, si ricorre a dispositivi extraorali. Sono soluzioni che funzionano, ma hanno due limiti strutturali.
2. Cosa cambia con l’ancoraggio scheletrico
Un dispositivo di ancoraggio temporaneo — in letteratura TAD, Temporary Anchorage Device — sposta il punto di appoggio dai denti all’osso. È una minivite in titanio inserita nell’osso mascellare o mandibolare, che funge da punto fisso contro cui applicare le forze; è temporanea, e viene rimossa quando la funzione per cui è stata inserita si è esaurita.
Il cambiamento è duplice. Da un lato l’appoggio è stabile e indipendente dai denti: non c’è perdita di ancoraggio, perché il punto fisso non è un dente che può spostarsi. Dall’altro non dipende dalla collaborazione: una volta inserita, la minivite lavora a prescindere da quanto il paziente ricordi di indossare qualcosa.
In letteratura si descrivono così una maggiore precisione e un maggiore controllo del movimento, insieme alla natura mini-invasiva del dispositivo.1
3. Perché “microimpianti” e non “microviti”
Vale una precisazione terminologica, perché sui nomi c’è confusione. Le denominazioni che circolano sono diverse — minivite, microvite, microimpianto, minimpianto — e indicano sostanzialmente lo stesso oggetto.
Il razionale che ha proposto lo sviluppatore del sistema AbsoAnchor, il Prof. Hyo-Sang Park, è semplice: dal momento che questi dispositivi hanno tutti una parte a vite, specificare “vite” nel nome è ridondante — da qui la sua preferenza per il termine microimpianto.2 È una sfumatura, ma dice qualcosa sul grado di formalizzazione che questo campo ha raggiunto.
4. Dimensioni e materiale
Ciò che rende un TAD inseribile in sedi dove un impianto protesico non entrerebbe è la sua geometria ridotta. La lunghezza e il diametro dei microimpianti sono decisamente inferiori rispetto ai tradizionali impianti protesici, e questo consente il loro inserimento in molteplici sedi, dal momento che lo spessore osseo necessario è ridotto.3
Gli ordini di grandezza riportati in letteratura si collocano intorno ai 6-10 mm di lunghezza e 1,2-2,3 mm di diametro4 — misure che permettono l’inserimento in sedi come lo spazio interradicolare, il palato, la zona retromolare. Il materiale è una lega di titanio (Ti-6Al-4V ELI, Grade 5),5 la stessa classe di leghe impiegata negli impianti a contatto osseo.
Una regola pratica ricorrente in letteratura: perché la stabilità primaria sia adeguata, una quota minima della lunghezza deve essere impegnata nell’osso — orientativamente almeno 6 mm nel mascellare e 4 mm nella mandibola.6 Sono indicazioni di principio: la scelta della misura e della sede resta una decisione clinica sul singolo caso, che trova riscontro nella disponibilità di diametri e lunghezze diverse — l’intera gamma dimensionale AbsoAnchor è consultabile tra i microimpianti a catalogo.
5. Il sistema AbsoAnchor e la ricerca del Prof. Park
Su questo terreno si colloca AbsoAnchor di Dentos, il sistema di microimpianti distribuito in esclusiva in Italia da Primalux. Come recita la descrizione del prodotto, è una vite in titanio per l’ancoraggio ortodontico inserita nell’osso mascellare e mandibolare, che crea un punto di resistenza contro il movimento dei denti.
L’elemento che distingue il sistema non è solo il dispositivo, ma la base scientifica che lo accompagna: lo sviluppatore, il Prof. Hyo-Sang Park, è tra gli autori che hanno contribuito alla diffusione dei microimpianti in ortodonzia a cavallo degli anni 2000, e le sue pubblicazioni costituiscono un corpo di evidenza a cui il clinico può attingere. Per una disciplina in cui l’ancoraggio scheletrico è passato in vent’anni da soluzione sperimentale a strumento di routine, la tracciabilità dell’evidenza non è un dettaglio.
La gamma si articola su diverse configurazioni della testa — testa piccola, testa a bracket, testa a golf, versione senza testa — ciascuna pensata per un tipo di trazione, una biomeccanica e una sede di inserimento, con lo strumentario dedicato all’inserimento e alla rimozione. Le singole configurazioni, i diametri, le lunghezze e i codici sono raccolti nella pagina dei microimpianti Dentos AbsoAnchor; lo strumentario e gli ausiliari sono nel catalogo Primalux.
6. Un po’ di storia
L’idea di usare un appoggio osseo per l’ancoraggio ortodontico non è nuova: i primi tentativi risalgono agli anni ’80 (Creekmore ed Eklund, 1983; Douglass e Killiany, 1987; Roberts et al., 1990). È però nell’ultimo paio di decenni che il campo ha avuto il suo impulso maggiore — con i lavori di Kanomi (1997), Kyung, Park e altri — e l’introduzione sul mercato di varie tipologie di minimpianti ha fornito al clinico un’ampia gamma di soluzioni terapeutiche, incidendo su diverse metodiche ortodontiche.3
È una traiettoria che vale la pena tenere presente: ciò che oggi è uno strumento consolidato è, su scala storica, una tecnica giovane, la cui letteratura è ancora in crescita.
7. Le domande che vale la pena farsi
Nei casi che richiedono un ancoraggio massimo, quanto della pianificazione è dedicato a prevenire la perdita di ancoraggio con soluzioni dentali — e quanto peserebbe, invece, un punto fisso indipendente dai denti?
Quante volte l’esito di un movimento complesso è stato condizionato dalla collaborazione del paziente su un dispositivo extraorale?
E nella scelta di un sistema di microimpianti, la disponibilità di un corpo di pubblicazioni dello sviluppatore entra tra i criteri, o si guarda solo al dispositivo?
1, 3 Contenuti e cronologia storica dalla pagina prodotto Dentos, Primalux. (primalux.it/dentos-2)
2 Dentos Inc., Development of the Orthodontic Microimplant (AbsoAnchor), brochure ufficiale del produttore.
4, 6 Letteratura ortodontica sui dispositivi di ancoraggio temporaneo (dimensioni e quota di impegno osseo); valori di riferimento, non prescrittivi.
5 Composizione della lega da documentazione tecnica del dispositivo (Ti-6Al-4V ELI, Grade 5).
Scopri i microimpianti Dentos AbsoAnchor
Configurazioni di testa, diametri, lunghezze e strumentario dedicato: la gamma AbsoAnchor distribuita in esclusiva da Primalux.
Esplora la gamma Dentos AbsoAnchorDomande Frequenti
Cosa sono i TAD in ortodonzia?
TAD è la sigla di Temporary Anchorage Device, dispositivo di ancoraggio temporaneo: una minivite in titanio inserita nell'osso mascellare o mandibolare che fornisce un punto di ancoraggio fisso e indipendente dai denti, contro cui applicare le forze ortodontiche. È temporanea e viene rimossa quando non è più necessaria. Sono note anche come miniviti o microimpianti ortodontici.
Qual è la differenza tra ancoraggio scheletrico e ancoraggio tradizionale?
L'ancoraggio tradizionale si costruisce sui denti — raggruppandoli o con dispositivi extraorali — e ha due limiti: una certa perdita di ancoraggio (per la terza legge di Newton anche i denti di appoggio ricevono una forza) e la dipendenza dalla collaborazione del paziente. L'ancoraggio scheletrico sposta il punto d'appoggio sull'osso: è stabile, indipendente dai denti e non richiede collaborazione una volta inserito.
Di che materiale e dimensioni sono le miniviti ortodontiche?
Sono realizzate in lega di titanio (Ti-6Al-4V ELI, Grade 5). In letteratura le dimensioni si collocano orientativamente tra 6 e 10 mm di lunghezza e 1,2 e 2,3 mm di diametro: misure decisamente inferiori a quelle di un impianto protesico, che ne consentono l'inserimento in molteplici sedi. La scelta della misura e della sede è una decisione clinica sul singolo caso.