Un trattamento ortodontico ha un obiettivo dichiarato e ben definito: portare gli elementi dentari nella posizione corretta. Bracket o mascherine, la meccanica è costruita attorno a questo scopo e lo assolve. Nel frattempo, però, in quella bocca continua ad accadere dell’altro.
La lingua si appoggia dove ha imparato ad appoggiarsi. Le labbra sigillano, o non sigillano. L’aria passa dal naso, o dalla bocca.
Sono forze che non dipendono dalla terapia in corso. Non si attenuano perché è stato applicato un apparecchio, non cambiano direzione perché è iniziato un allineamento: agiscono con la stessa intensità e nello stesso verso qualunque sia la meccanica in atto, ogni giorno, per tutta la sua durata.
1. Le tre funzioni che decidono la stabilità
Sono tre, e sono legate tra loro in una catena che ha un’unica origine.
Tre funzioni, una direzione: verso il punto da cui la malocclusione era partita.
2. Il costo non arriva solo alla fine
Qui c’è il punto che di solito viene ridotto a metà.
La contenzione è il momento in cui si parla di funzione, e se ne parla al passato: il risultato c’è, si tratta di conservarlo. Ma le abitudini miofunzionali errate — respiratorie, linguali, labiali — possono prolungare la terapia ortodontica, oltre che causare recidive dopo il trattamento.
Sono due costi, e il primo si paga subito. Non è il risultato fra tre anni: è il tempo alla poltrona di adesso, sono gli allineamenti che tardano, sono le sedute in più di un caso che sulla carta doveva chiudersi prima.
Una funzione che spinge nella direzione opposta alla meccanica non aspetta la contenzione per farsi sentire. Lavora contro fin dal primo giorno.
3. Il perimetro del retainer
Alla fine del trattamento il retainer mantiene la posizione raggiunta. È il compito per cui è progettato, e lo assolve.
Il suo perimetro si ferma lì. Non interviene sulle forze muscolari che spingono in direzione opposta: le contrasta meccanicamente, finché è in bocca. Non è un difetto — è il confine di ciò che quel dispositivo è, e di ciò che ha senso chiedergli.
Ne discende che la tenuta del risultato resta legata alla costanza con cui il paziente lo indossa. Quando il dispositivo esce di bocca, la forza è ancora intera: non è stata ridotta, è stata contenuta.
Resta quindi una domanda: si può agire sulla forza, invece che solo sui suoi effetti?
4. Il dispositivo che rieduca la funzione durante il trattamento
La risposta del trattamento miofunzionale è che la forza si affronta là dove nasce: nella funzione. Non si tratta di mantenere una posizione, ma di rieducare respirazione, postura linguale e deglutizione mentre l’apparecchio lavora sul corretto posizionamento dei denti — così che, a percorso concluso, sia la funzione stessa a stabilizzare il risultato, riducendo la dipendenza dal retainer e il rischio di recidiva.
Il modo in cui un dispositivo di questo tipo agisce si legge nelle sue parti, e ciascuna corrisponde a una delle tre funzioni:
Non è un retainer con qualche aggiunta: è un dispositivo che lavora sulla muscolatura, e che convive con la meccanica ortodontica invece di sostituirla.
Nella gamma Myoretainr® e Myobrace questo si declina in due dispositivi, pensati per il paziente che porta già allineatori o bracket:
Una nota utile a collocare questi due dispositivi. RA e B rispondono a un caso preciso: il paziente che ha già un trattamento ortodontico in corso, con allineatori o bracket. Ma la funzione non va presidiata solo da quel momento in poi: il trattamento miofunzionale può — e in genere conviene — cominciare prima, quando l’apparecchio non c’è ancora, con i dispositivi di Fase 1. RA e B sono la risposta dedicata a chi è già in cura, non il punto di partenza del percorso.
Come il trattamento miofunzionale si inserisce prima dell’inizio di un trattamento ortodontico, e come si articola nelle sue fasi, è approfondito nella pagina dedicata all’ortodonzia miofunzionale e ai dispositivi intercettivi per l’ortodontista.
5. Le domande che vale la pena farsi
Nei casi in trattamento in questo momento, di quanti si sa come respirano — e quanti di loro portano mascherine venti ore al giorno con la bocca aperta?
Dei casi che stanno andando più lenti del previsto, quanti sono stati riletti come un problema di meccanica e quanti come un problema di forze che lavorano nella direzione opposta?
E all’ultimo paziente che ha avuto una recidiva dopo aver smesso di portare il retainer: il problema era la sua costanza, o il fatto che la forza che aveva prodotto la malocclusione non era mai stata toccata?
Come la funzione entra nel piano di trattamento ortodontico
Se la funzione non è oggi una variabile che entra nel piano di trattamento, il punto di partenza è vedere come si inserisce in un percorso ortodontico già avviato. Richiedi una consulenza gratuita, in formato di gruppo o individuale, con uno specialista di prodotto.
Richiedi la consulenza gratuita sul miofunzionaleDomande Frequenti
Perché il paziente ha una recidiva se non porta il retainer?
Perché il retainer mantiene la posizione degli elementi dentari, ma non interviene sulle forze muscolari che spingono in direzione opposta: le contrasta finché è in bocca. Se la funzione che ha prodotto la malocclusione — una deglutizione con la lingua bassa, una respirazione orale — non è stata rieducata, quella forza continua ad agire e si manifesta quando il dispositivo non c'è più.
Si può usare un dispositivo miofunzionale insieme agli allineatori?
Sì, con il dispositivo dedicato a questo caso d'uso: Myoretainr® RA, con guide dentali ampie progettate per convivere con le mascherine. Si può introdurre dalla prima mascherina e mantenere per tutto il percorso, un'ora al giorno più la notte. Il trattamento miofunzionale può comunque cominciare prima dell'ortodonzia, con i dispositivi di Fase 1: RA è la risposta specifica per chi ha già gli allineatori in corso.