Il bambino che respira a bocca aperta viene notato, annotato in cartella e rimandato all’otorinolaringoiatra. È un passaggio corretto, ma incompleto: presuppone che, una volta liberata la via aerea, la funzione si ripristini da sola. Nella pratica non accade quasi mai. Dopo mesi o anni, la respirazione orale non è più soltanto la conseguenza di un’ostruzione: è diventata un pattern.

Ed è qui che l’odontoiatra ha un ruolo che difficilmente qualcun altro può svolgere al posto suo. Vede questi bambini prima e più spesso di chiunque altro, e li vede in una fase in cui la funzione è ancora modificabile: è quasi sempre il primo professionista a intercettare il segnale, ad attivare il percorso diagnostico e a lavorare sulla funzione mentre la crescita è ancora in corso.

Questo articolo è su quel ruolo: riconoscere, misurare, rieducare.

1. La respirazione orale non è un’abitudine viziata

La respirazione orale nei bambini viene abitualmente elencata insieme al succhiamento del pollice e all’uso prolungato del ciuccio, sotto la categoria delle abitudini viziate. Ma le due cose non hanno la stessa natura.

Respirare dalla bocca è un riflesso di difesa: il bambino lo fa perché altrimenti non riuscirebbe a respirare. Non è un vizio e non è un difetto.

La conseguenza è operativa. Un’abitudine si corregge con un approccio comportamentale: si tolgono i blocchi, si offrono alternative, si lavora sulla motivazione. Un adattamento di difesa non si corregge: si rimuove la causa che lo rende necessario, e poi si rieduca la funzione che nel frattempo si è riorganizzata attorno all’ostacolo. Chiedere a un bambino di tenere la bocca chiusa mentre le sue vie aeree superiori sono ostruite è una richiesta che non può soddisfare.

2. La cascata funzionale

Che la respirazione orale determini modificazioni occlusali e scheletriche è una relazione oggi non discussa in letteratura. Ma la parte clinicamente più interessante precede il quadro dentale.

Quando la bocca resta aperta per respirare si innesca una catena: labbra incompetenti, postura linguale bassa — la lingua abbandona il palato e si posiziona sul pavimento orale — ipotonia dei muscoli facciali e, non ultima, difficoltà di masticazione: non si può chiudere la bocca mentre si mastica se la bocca è l’unica via d’aria. È l’esperienza di qualunque adulto raffreddato, protratta per anni durante la crescita craniofacciale. A questo si aggiunge un aumento delle lesioni cariose e delle gengiviti, per la semplice disidratazione della mucosa.

Non si tratta di casi isolati: fino al 35% dei bambini presenta difetti respiratori diurni o notturni.

Il palato stretto, il morso aperto, l’affollamento non sono quindi il problema. Sono il modo in cui il problema diventa visibile — di solito diversi anni dopo che era già in corso.

3. Riconoscere il respiratore orale

Vale la pena strutturare l’osservazione.

I fenotipi

Classico — la facies adenoidea: viso allungato, narici strette, labbro superiore corto. Spesso un bambino collerico.
Adulto: paffuto, in sovrappeso, sonnolento.
Congenito: quadro malformativo craniofacciale.

Il primo lo riconoscono tutti. Il secondo è quello che sfugge, perché non somiglia all’immagine da manuale.

I segni da far osservare ai genitori

  • Diurni: bocca aperta a riposo, sonnolenza o irritabilità, voce nasale, rinite cronica, cefalea mattutina, scarsa concentrazione, rallentamento staturo-ponderale.
  • Notturni: russamento, cianosi, choking, pavor notturni, posizioni anomale nel sonno, sudorazione, enuresi, sonnambulismo, bruxismo dinamico.

C’è poi una domanda-spia che richiede trenta secondi: com’è il bambino nel tardo pomeriggio? Se la risposta è “insopportabile, si arrabbia per niente”, quello è un potenziale indice di sonno non ristoratore — non una conferma, ma un elemento che merita di essere indagato insieme al resto del quadro. Un bambino che dorme male non è necessariamente un bambino stanco: può essere un bambino nervoso.

Quando il russamento è accompagnato da pause respiratorie il sospetto sale di livello, e l’attivazione del percorso diagnostico — questionari validati, polisonnografia, centro specializzato nei disturbi del sonno — è suggerito quasi sempre da chi ha guardato per primo.

Misurare, non impressionarsi

L’impressione clinica non è un dato. Il trattamento Myobrace mette a disposizione test semplici e ripetibili che trasformano l’osservazione in una misura, utile due volte: per documentare e per scegliere il dispositivo.

  • NB3 — tenuta della respirazione nasale su 3 minuti.
  • NB10 — frequenza respiratoria su 10 respiri.
  • BHT (breath holding time) — tempo di sospensione del respiro.
  • Test dei Passi — respirazione sotto carico.

Per approfondimenti sui test visitare la seguente pagina.

A questi si affianca il test di chiusura delle labbra: competenza labiale, tempo di tenuta, eventuale ipertonia del mentoniero, eventuale aumento della frequenza cardiaca — segnale di disagio. Nella valutazione va inclusa l’anamnesi delle comorbidità: allergie, otiti ricorrenti, reflusso gastroesofageo, infezioni ricorrenti delle vie aeree.

4. Il ruolo del dispositivo miofunzionale

Lo spazio d’azione è preciso: ripristinare la respirazione nasale e la funzione che le sta attorno.

La Fase 1 del trattamento Myobrace ha esattamente questo obiettivo — ripristinare la respirazione nasale e la corretta postura linguale, correggendo le abitudini che le ostacolano. Le fasi successive proseguono questa correzione e favoriscono lo sviluppo dell’arcata. Il percorso si articola su tre fasi di circa sei mesi ciascuna — totale indicativo di 18 mesi e 18 visite — ma il numero è una media, non una prescrizione: il criterio di passaggio dalla prima alla seconda fase è la respirazione. Si passa alla fase successiva quando il bambino è passato dalla respirazione orale a quella nasale, non quando è trascorso un certo numero di mesi.

Per i quadri in cui la respirazione è il problema dominante esiste un dispositivo specifico:

K-ZERO (K0): progettato per i respiratori orali gravi, offre un foro anteriore più ampio per i bambini che rigettano il dispositivo con fori standard (K1). È poi valutazione clinica se proseguire con il K1 o passare direttamente al K2.

L’esistenza stessa del K0 dice una cosa utile: il respiratore orale grave non tollera un dispositivo che gli chiude la bocca. Se lo si forza, lo perde durante il sonno.

Per approfondire il tema attraverso una consulenza gratuita visitare la pagina dedicata a odontoiatri e pedodontisti.

Il dispositivo si fa accettare, non si prescrive

È l’errore che fa fallire più trattamenti, e non è clinico.

La prescrizione a regime è tutta la notte più una o due ore di giorno. Ma non si parte da lì. Si abitua il bambino di giorno: cinque minuti, dieci, un quarto d’ora, mezz’ora. Solo quando tiene il dispositivo un’ora di giorno senza problemi lo si dà di notte. E lo stesso a ogni cambio di fase: ci si abitua al nuovo dispositivo di giorno, mentre di notte il bambino continua con il precedente.

Mai avere troppa fretta di farlo usare durante la notte: la gradualità dell’utilizzo eviterà che il bambino lo rigetti e che il genitore lo trovi sul cuscino il mattino successivo. Se il paziente non collabora, però, la responsabilità non è sua: portare il paziente alla giusta collaborazione è compito del clinico.

5. Cosa cambia, dal prossimo paziente

Niente di tutto questo richiede di riorganizzare lo studio. Richiede di aggiungere tre gesti a una visita che già si fa:

1. Guardare come respira, prima di guardare i denti. Bocca aperta a riposo, labbra incompetenti, postura linguale: si osservano in pochi secondi, mentre il bambino è ancora seduto e distratto.
2. Mettere un numero accanto all’osservazione. Un BHT e un test di chiusura delle labbra si eseguono in minuti, non in sedute, e trasformano un’impressione in un dato che si può ripetere fra sei mesi.
3. Chiedere ai genitori come dorme. Russa? Suda? Bagna il letto? Com’è nel tardo pomeriggio? Sono domande che nessuno gli ha mai fatto in uno studio dentistico.

Come funziona un trattamento miofunzionale nella pratica quotidiana

Queste domande hanno una risposta precisa, e il punto di partenza è capire come si inserisce la terapia miofunzionale nel flusso di lavoro del tuo studio. Richiedi una consulenza gratuita, in formato di gruppo o individuale, con uno specialista di prodotto.

Richiedi la consulenza gratuita sul miofunzionale