C’è un’obiezione che il trattamento miofunzionale si porta dietro da più di un secolo, e che chiunque proponga questi percorsi si è sentito muovere almeno una volta: non è predicibile. L’obiezione è fondata. Vale però la pena chiedersi da cosa nasca, perché la risposta non è “dal metodo”.

1. Da dove viene l’imprevedibilità

Come osserva il Dott. Vincenzo Giorgino, speaker internazionale MRC, il limite storico del trattamento miofunzionale è l’imprevedibilità del risultato dovuta allo scarso coinvolgimento dei pazienti.

Non è un difetto del trattamento di per sé: è un difetto di somministrazione. Gli esercizi venivano prescritti e non eseguiti, eseguiti male, o eseguiti per solo due settimane. Il risultato era variabile perché era variabile l’unica componente del trattamento che nessuno stava misurando: l’esecuzione degli esercizi da parte del paziente.

Il che ribalta il modo in cui si guarda al dispositivo.

Se privo il dispositivo di esercizi, non si parla di Myobrace.

Il dispositivo è la parte facile. Si sceglie, si consegna, si controlla. Gli esercizi sono il trattamento — e gli esercizi non sono un elenco: sono un protocollo di esercizi. Una sequenza definita, con obiettivi da raggiungere prima di procedere e tempi che dipendono dalla risposta del paziente, non dal calendario. È lì che ha efficacia la terapia.

2. La condizione preliminare

Prima di qualsiasi gruppo di esercizi, prima di qualsiasi sequenza, c’è una condizione clinica imprescindibile: la respirazione.

Se il paziente torna a respirare con la bocca, tutto il lavoro a valle è ridotto in efficacia. Non c’è postura linguale possibile in una bocca aperta, e non c’è deglutizione somatica in una lingua che sta sul pavimento orale.

Da qui discendono le due regole che governano l’intero protocollo di esercizi. La prima: si raggiungono gli obiettivi minimi prima di procedere. La seconda: dove l’engramma non si forma, si fa ripetere.

Il che definisce il criterio di avanzamento. Le durate indicate per ciascun gruppo sono un riferimento statistico, non una scadenza: si passa alla fase successiva quando l’obiettivo di quella precedente è stato raggiunto e verificato. Se non lo è, il tempo trascorso non autorizza a proseguire — autorizza soltanto a chiedersi perché.

3. Come è organizzata la rieducazione

Il protocollo di esercizi si articola in quattro gruppi, ciascuno con un obiettivo e una durata indicativa.

1. Respirazione — circa tre mesi, in alcuni casi fino a un anno. Respirazione consapevole e leggera, di tipo diaframmatico, e lavoro sulla tolleranza alla CO₂.
2. Lingua — quattro-otto mesi. Posizione a riposo, schiocco, mantenimento, sollevamenti della punta. È il gruppo più lungo: è dove si costruisce il pattern che regge tutto il resto.
3. Deglutizione — tre-cinque mesi. Prima assistita, poi autonoma, fino al controllo senza muscoli accessori.
4. Labbra e guance — due-quattro mesi. Sigillo labiale e tono. Anticipabile se il sigillo è particolarmente scarso.

4. Chi somministra cosa

Non tutti gli esercizi sono uguali, e la divisione dei compiti è:

Ginnastica: esercizi che aumentano o riducono il tono muscolare. Il clinico può somministrarli da sé. La ginnastica respiratoria rientra qui.
Rieducazione neuromuscolare: esercizi in sequenza definita e non modificabile, il cui scopo è cambiare il pattern neuromuscolare di una funzione. La somministra il logopedista, con gli strumenti dedicati alla terapia miofunzionale in logopedia.

Sul piano logistico, gli esercizi non richiedono un locale dedicato: si possono far svolgere attorno al riunito, in piccoli gruppi, o a distanza. Un ambiente accogliente aiuta la compliance, ma non è una condizione strettamente necessaria per cominciare.

5. I dispositivi ad azione attiva

Accanto agli esercizi liberi esiste una linea che li rende misurabili e ripetibili: MyoTALEA, la parte ad azione attiva della gamma. Mentre Myobrace e MyOSA lavorano in modo passivo — di notte più una o due ore di giorno — MyoTALEA lavora con esercizi diurni, due volte al giorno.

TLJ: il riferimento della linea — muscolatura linguale, labiale, mascellare, faringea, sopraioidea. In tre taglie, quindi utilizzabile in dentizione decidua, mista o permanente.

Il TLJ ha anche un impiego più rapido: sostituire gli esercizi liberi quando serve semplificare, o affiancarli nei casi difficili.
TLP e TLJB: rispettivamente il precursore del TLJ e la variante con spazio per gli attacchi.
Lip Trainer: competenza labiale e riduzione dell’iperattività del mentoniero.

6. Il trattamento inizia dal giorno

Il trattamento non inizia di notte. Finché il paziente non tiene un’ora a labbra chiuse di giorno, non si passa alla fase notturna. Questa fase non ha una durata puntuale: dipende dal singolo caso. Se si ha fretta, l’esito tipico è che il bambino rigetti il dispositivo e che il genitore lo trovi sul cuscino il mattino dopo.

E se il paziente non collabora, la responsabilità non è sua. Portare il paziente alla giusta collaborazione è compito del clinico.

7. Le domande che vale la pena farsi

Dei pazienti in trattamento miofunzionale in questo momento, su quanti si sa con ragionevole certezza se gli esercizi vengano eseguiti — e quante volte a settimana?

Quanti sono passati al gruppo successivo perché avevano raggiunto l’obiettivo, e quanti perché era passato il tempo previsto?

E quanti percorsi giudicati “non predicibili” erano percorsi in cui il dispositivo veniva indossato e il protocollo di esercizi no?

Come si struttura e si somministra il protocollo di esercizi

Se la parte degli esercizi è oggi il punto debole del percorso, il punto di partenza è vedere come viene strutturata e somministrata nella pratica. Richiedi una consulenza gratuita, in formato di gruppo o individuale, con uno specialista di prodotto.

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