L’ortodonzia porta gli elementi dentari nella posizione corretta. Le forze muscolari di lingua, labbra e guance determinano se quella posizione viene mantenuta nel tempo.

Una lingua che durante la deglutizione esercita una pressione anteriore costante agisce sugli elementi dentari, e continua a farlo dopo la fine del trattamento. Non ne discende che la recidiva post-ortodontica sia inevitabile: ne discende che la funzione è una variabile del risultato — e che una variabile non presidiata è una variabile non controllata.

Da qui l’esigenza della collaborazione. Ma dire che ortodontista e logopedista devono lavorare insieme non è un protocollo: è una premessa. Il protocollo comincia nel momento in cui si stabilisce quando collaborano, e su quale problema.

1. Alleanza e aderenza: due problemi diversi

C’è una distinzione che decide l’esito di questi percorsi più di qualsiasi scelta di dispositivo, e che di solito viene collassata in un’unica parola — “collaborazione”.

L’alleanza terapeutica è la relazione: il paziente e la famiglia capiscono il problema, partecipano alla decisione, rispettano i controlli.
L’aderenza terapeutica è l’esecuzione: il dispositivo viene indossato, gli esercizi vengono fatti.

Non sono la stessa cosa e richiedono strategie completamente diverse. Si può avere piena alleanza e aderenza nulla: una famiglia convinta, presente ai controlli, e un bambino che non fa niente a casa. Si può avere il contrario: un’esecuzione formalmente corretta dentro una relazione in cui nessuno ha capito perché.

La conseguenza sulla collaborazione è diretta. L’alleanza si costruisce insieme — se le due figure dicono cose diverse, la famiglia sceglie a quale credere, e di solito sceglie la meno impegnativa. L’aderenza si presidia separatamente: ciascuno risponde della parte che ha assegnato.

E se il paziente non aderisce, la responsabilità non è sua. Portare il paziente alla giusta collaborazione è compito del clinico.

2. I due momenti della collaborazione

La collaborazione non è un evento unico all’inizio del percorso. Sono due momenti distinti, con obiettivi diversi.

1. Prima dell’ortodonzia — preparazione funzionale. Correggere la funzione prima di muovere i denti, così che l’ortodonzia lavori su un sistema che non le rema contro. È la finestra che si salta più spesso, ed è quella che costa meno.
2. Durante l’ortodonzia — rieducazione in parallelo. Muovere i denti non mette in pausa la funzione: lingua, labbra e respirazione continuano ad agire per tutto il trattamento. Presidiare anche questo tempo — e non solo l’allineamento — significa arrivare alla fine del percorso con una funzione già corretta, invece che con un risultato da difendere. È soprattutto nella parte attiva — gli esercizi — che la collaborazione tra le due figure pesa: è lì che si gioca l’aderenza del paziente, e serve che ortodontista e logopedista dicano la stessa cosa.

Nei percorsi in due tempi, lo stesso vale per l’intervallo tra la prima e la seconda fase del trattamento miofunzionale Myobrace. Se sei un ortodontista e vuoi approfondire le tre fasi del trattamento, visita la pagina dedicata all’ortodonzia miofunzionale e ai dispositivi intercettivi per l’ortodontista.

Due momenti, due obiettivi, e in entrambi le due figure devono parlarsi.

3. La funzione e la recidiva post-ortodontica

Le abitudini miofunzionali errate possono prolungare la terapia ortodontica e causare recidive dopo il trattamento, soprattutto quando i retainer non vengono utilizzati regolarmente.

Il che dice due cose insieme. Un retainer mantiene la posizione degli elementi dentari: fa esattamente ciò per cui è progettato, e lo fa bene. Ma non modifica la forza che spinge in direzione opposta — la tiene a bada finché è in bocca. È un limite di scopo, non un difetto, e spiega perché l’esito dipenda così tanto dalla costanza del paziente.

Il retainer, in altre parole, lavora sull’effetto. La funzione si affronta altrove, e prima: si rieduca prima e durante il trattamento ortodontico, così che a percorso concluso sia la funzione stessa a stabilizzare il risultato, riducendo la dipendenza dal retainer e il rischio di recidiva.

È qui che si collocano i dispositivi Myoretainr® RA e Myobrace for Braces. Non sono retainer di contenzione: sono dispositivi Myobrace — con lamella linguale, fori di respirazione, elevatore — che rieducano la funzione e correggono le abitudini errate come gli altri della gamma. La differenza è che sono pensati per il paziente che sta già portando gli allineatori o gli attacchi: continuano a lavorare sulla funzione mentre le mascherine o i brackets lavorano sui denti.

Myoretainr® RAfor Aligners: silicone medicale, guide dentali ampie. Si usa con gli allineatori trasparenti superiori e inferiori e con i retainer di contenzione. Si può dare dalla prima mascherina, per tutto il percorso. Uso: un’ora al giorno più la notte. Ha fori di respirazione, base sottile, elevatore e lamella linguale.
Myobrace Bfor Braces: stessa logica, con alloggiamento più profondo per i bracket.

Il senso è lo stesso in entrambi i casi: mentre l’apparecchio porta i denti in posizione, il dispositivo continua a correggere la funzione che quella posizione dovrà poi mantenere.

Ed è qui che ortodontista e logopedista smettono di essere due percorsi paralleli: l’uno mette i denti in posizione, l’altro fa in modo che ci restino. Il risultato non è la somma dei due interventi — è ciò che accade quando la funzione, finito il trattamento, gioca dalla stessa parte.

Il punto di contatto più concreto tra le due figure è la parte attiva del percorso: gli esercizi. È lì che la funzione si corregge davvero, ed è la componente che più dipende da chi la somministra e da quanto il paziente aderisce — un tema che abbiamo trattato a parte in «Terapia miofunzionale: il dispositivo non è il trattamento».

4. Le domande che vale la pena farsi

Nell’ultimo caso concluso, al momento della contenzione si sapeva se il pattern deglutitorio fosse cambiato — o si sapeva solo che gli esercizi erano stati assegnati?

Nei percorsi in due tempi, cosa presidia la funzione nei mesi tra la prima e la seconda fase?

E quando un paziente perde il risultato dopo aver smesso di portare il retainer, il problema era l’aderenza — o il fatto che la forza che ha prodotto la malocclusione non era mai stata toccata?

Come si struttura la collaborazione con il logopedista

Se la collaborazione con il logopedista è oggi un invio occasionale più che un percorso, il punto di partenza è vedere come si struttura nella pratica. Richiedi una consulenza gratuita, in formato di gruppo o individuale, con uno specialista di prodotto.

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Domande Frequenti

Perché il paziente ha una recidiva se non porta il retainer?

Perché il retainer mantiene la posizione degli elementi dentari, ma non modifica le forze muscolari che spingono in direzione opposta: le contrasta finché è in bocca. Se la funzione che ha prodotto la malocclusione — una deglutizione disfunzionale, una respirazione orale — non è stata rieducata, quella forza continua ad agire e si manifesta nel momento in cui il dispositivo non c'è più. È il motivo per cui la stabilità del risultato dipende tanto dalla costanza del paziente.

Qual è la differenza tra un retainer e un dispositivo Myoretainr® o Myobrace for braces?

Il retainer è un dispositivo di contenzione dentale: mantiene la posizione raggiunta finché è in bocca, ma non modifica la funzione che spinge in direzione opposta. I dispositivi Myoretainr® hanno un obiettivo diverso: non mantengono la posizione, rieducano la funzione — con lamella linguale, fori di respirazione, elevatore — come gli altri dispositivi della gamma Myobrace. La differenza è che sono pensati per il paziente che porta già allineatori trasparenti (RA) o bracket Myobrace (B): continuano a correggere la funzione mentre l'apparecchio allinea i denti, così che a fine trattamento sia la funzione stessa a stabilizzare il risultato. Le due cose non si escludono: Myoretainr® RA può essere usato anche insieme ai retainer di contenzione.